«Credo che ogni piccola etnia abbia diritto all'auto-determinazione. Anzi, se fosse per me tornerei ai Comuni liberi, alle città-stato.» (Fabrizio De André)

Rampollo favoloso e ribelle di una borghesia genovese distintissima, curioso del mondo e innamorato di sé, a vent’anni trascurava gli studi in giurisprudenza frequentando prostitute e suonando sulle navi da crociera.

Contestato dal Movimento Studentesco nel 1968 salì sul palco un po’ barcollante, scherzò dedicando La cattiva strada “al mio amico Nietzsche” e “al mio amico Cristo” e iniziò a suonare.

«Dando il voto noi facciamo in modo che un personaggio completamente estraneo alla nostra cultura possa decidere se farci entrare o non farci entrare in guerra. A questo punto credo che sia norma che ognuno di noi, prima ancora di sentirsi cittadino del mondo si senta invece Napoletano, Genovese, cosa ti posso dire, Luganese, Marchigiano, quindi che in qualche modo cerchi di conservare la propria identità di nascita, le proprie radici di nascita, per non sentirsi proprio un burattino in mezzo a un palcoscenico mostruoso.»

Queste parole di forte critica alla globalizzazione venivano rilasciate da Fabrizio De Andrè in un'intervista ripresa nel documentario Faber in Sardegna sotto alla regia di Gianfranco Cabiddu, suonano come un monito contro il mondialismo e un inno alla sovranità popolare e alla democrazia diretta.

Trascorreva le notti con la luce accesa a leggere Flaubert, Balzac, Maupassant, Dostoevskij. Descritto come un lupo solitario, schivo, introverso. Fabrizio De André, genovese di nascita, sardo d’adozione, per oltre trent’anni è stata la voce d’una coscienza morale rigorosa, il censore del malcostume imperante. Fra sacro e profano, mito e storia, ha narrato il “male di vivere”, i complessi e contorti dedali attraverso i quali l’uomo esprime grandezza e miseria, infinita bontà e inaudita crudeltà.

Fabrizio era figlio dell’amministratore delegato di uno degli imperi industriali più potenti d’Europa, Eridania, la più grande società saccarifera italiana, Giuseppe De Andrè, vice sindaco di Genova col partito repubblicano, controllava i quotidiani La Nazione e Il Resto del Carlino. Negli anni ‘70 a Genova, Fabrizio doveva stare attento a girare perché i portuali lo volevano menare. Come se il figlio di Agnelli diventasse il cantante degli ultimi..

Negli anni ottanta trovò una via filologica e nostalgica alla world music, con Le Nuvole (1990) interpretò i segni di una pace terrificante dopo la caduta del muro, e poi si congedò da tutto con Anime Salve, disco meraviglioso costruito intorno all’idea che la maggioranza non sia più una forza numerica, e che la gran parte degli abitanti del mondo siano destinati a vivere come una minoranza, condannati a un nuovo tipo di solitudine.

L’ultimo concerto lo tenne il 13 agosto del ‘98 a Roccella Jonica. Tra una canzone e l’altra parlò degli squatter, a cui disse di voler dedicare una canzone, definì l’allora ministro Giorgio Napolitano “l’unico extracomunitario d’Italia”, disse che senza la ‘ndrangheta la disoccupazione in Calabria sarebbe stata ben peggiore. «Non pensi di esagerare?» gli chiesero quando scese dal palco. «Col cazzo che esagero», rispose lui.

Il cantautore genovese è ricordato anche per l’album "Crêuza de mä" che ha aperto la strada alla riscoperta delle lingue locali. Amava la libertà e le differenze: che si trattasse di indiani d’America, rom, genovesi, sardi, lombardi.

Fabrizio De Andrè sceglie di vivere in Sardegna, mettendo su una fattoria, integrandosi con  la gente locale. Nel 1982 Fabrizio De Andrè aderisce a Sardinia e Libertade, l’assemblea costituente dei gruppi indipendentisti sardi. Rimanendo fedele alle sue tematiche, De André è stato un osservatore attento e originale dell’attualità, dai tempi del maggio francese e del ’68 fino all’aborto, l’omosessualità, la camorra (Don Raffae’), arrivando a tracciare un parallelo tra gli indiani americani e il popolo della Sardegna, la sua seconda terra, descritti come vittime della colonizzazione. Il suo era un internazionalismo cooperativo legato al contempo alla conservazione delle tradizioni popolari ben lungi dal globalismo mondialista auspicato dai radicalchic da salotto.

«Sono molto più sardo di chi essendo nato per caso in Sardegna ha scelto di vivere a Roma».

Quando Fabrizio De André pubblicò, nel 1981, l’album conosciuto come L’Indiano, sembrò aver intuito qualcosa di più di una corrispondenza, di una semplice analogia, tra il popolo sardo e il popolo dei pellerossa. Il punto che i movimenti indipendentisti hanno trascurato è dunque questo: bisogna smettere di essere sardi per poterlo divenire, e non si diviene sardi senza passare per un divenire indiani, per la perdita della propria identità. Non è una rivendicazione di una presunta identità che si può contrapporre alla dominazione e al potere: fa parte della stessa logica della riserva, quella di inventare una propria identità locale, una tradizione, dei "prodotti tipici". Il colonialismo certamente, è ancora e anzitutto linguistico, una glottofagia.

Del resto, come può esistere un internazionalismo cooperativo volto a tutelare le reciproche autonomie (e non a mascherare interessi globalisti) se non vengono riconosciute le stesse identità nazionali?

«Noi abbiamo radici e contatti culturali con un mondo molto più vasto di quello che hanno gli americani. Loro avevano come radici il blues — una musica ibrida, nata in Africa ma che di africano aveva già poco — e la musica etnica irlandese. Ma le hanno sfruttate talmente tanto che adesso sono arrivati alla frutta. Tant’è vero che Paul Simon ha dovuto cercare ispirazione in Sud Africa. Credo che le loro fonti si siano esaurite. Noi, invece, nel Mediterraneo abbiamo tremila fonti da cui attingere: dal Nord Africa, dall’Arabia, e poi il fado portoghese, la musica spagnola, le nostre tradizioni popolari. Abbiamo fonti inesauribili, gli americani no. E questo si comincia a sentire.»

De André continua a mancare alla canzone italiana per l’onestà intellettuale perduta, per il coraggio smarrito di essere antagonisti a un sistema marcio, per la forza di sentirsi uomini liberi, non omologati, per quell’anarchismo come perfezionamento della democrazia che nessuno più ricorda. L’anno in cui andò a suonare a Catania, per la prima volta insieme con Dori Ghezzi, aveva sorpreso tutti invitando a «non demonizzare la Lega», la sorpresa delle elezioni politiche del post Tangentopoli che avevano segnato il tracollo della Democrazia Cristiana.

«Demonizzando il fenomeno leghista, che poi è un contenitore di protesta, si demonizzerebbero diversi milioni di italiani che hanno mandato in Parlamento cinquanta persone. Qui non si parla né di Slovenia né di Croazia. Le regioni italiane sono state tenute insieme con la colla dal 1840 in poi: ci sono differenze enormi, forse ci tiene uniti una lingua. Così com’è per la Sardegna: vuole semplicemente un maggiore decentramento di poteri. Ed essendo io un libertario, non posso non auspicarlo. Io comunque resto un libertario».

De André aveva intuito le istanze federaliste delle quali era portatrice la Lega di Umberto Bossi, ma certamente oggi non avrebbe avuto la stessa apertura nei confronti di quella di Matteo Salvini.

«Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo, ma anarchico vuol dire senza governo, con questo vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamento della democrazia».

Perché la democrazia di quel tempo a De André non piaceva. Come canta nella canzone “La Domenica delle Salme”, nella quale annunciava il cadavere dell’Utopia.

«Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia che stava diventando sempre meno democrazia. Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva sperare che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è un’oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava di dirlo. È una canzone disperata di persone che credevano di poter vivere almeno in una democrazia e si sono accorte che questa democrazia non esisteva più. “La Domenica delle Salme” è un atto di accusa anche nei nostri confronti. C’è una tirata contro i cantautori che avevano una voce potente per il vaffanculo, e invece non l’hanno fatto a tempo debito. Io credo che in qualche maniera la canzone possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico. Credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza».

Anarchico sì, insomma, ma non alla maniera ripulita che vorrebbero oggi certi sacerdoti farisei della sua memoria. 


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