Gabriele D’Annunzio, poeta decadente, artista, musicista, esteta, donnaiolo, ardimentoso pioniere aeronautico, stregone, genio e trasgressore del codice dei gentiluomini, emerse dalla prima guerra mondiale come un eroe, con un piccolo esercito al comando di un suo cenno: gli Arditi. In mancanza di avventure, decise di catturare la città di Fiume dalla Jugoslavia, e darla all’Italia. Dopo una cerimonia necromantica in un cimitero di Venezia assieme alla sua amante, partì per conquistare Fiume e ci riuscì senza problemi di sorta. Ma l’Italia respinse la sua generosa offerta. Il primo ministro lo chiamo uno “sciocco”. Stizzito, D’Annunzio decise di dichiarare l’indipendenza e vedere quanto a lungo poteva passarla liscia. Lui e uno dei suoi amici anarchici scrissero la costituzione che dichiarava la musica essere il principio centrale dello Stato.

La marina (formata da disertori e sindacalisti marittimi anarchici milanesi) si chiamo gli “Uscocchi”, in memoria dei pirati da tempo scomparsi, che erano usi abitare le isole locali fuori costa e predare il naviglio veneziano e ottomano. I moderni uscocchi realizzarono alcuni colpi clamorosi: diversi ricchi mercantili italiani, improvvisamente diedero un futuro alla repubblica, soldi nei forzieri, artisti, bohemiens, avventurieri, anarchici (D’Annunzio corrispondeva con Malatesta), fuggitivi e rifugiati apolidi, omosessuali, dandy militari (l’uniforme era nera con teschio e tibie pirata, più tardi rubata dalle SS) e strambi riformatori di ogni tipo (compresi buddhisti, teosofisti e vedantisti), iniziarono ad arrivare in massa a Fiume. La festa non finiva mai: ogni mattina D’Annunzio leggeva poesie e proclami dal suo balcone. Ogni sera un concerto, poi fuochi d’artificio. Diciotto mesi dopo, quando il vino ed i soldi finirono, e la flotta italiana finalmente arrivò e lanciò qualche proiettile contro il palazzo municipale, nessuno ebbe le energie per resistere.

D’Annunzio, come molti anarchici italiani, si indirizzò più tardi verso il fascismo. Mussolini stesso, l’ex sindacalista, sedusse il poeta lungo questa strada. Quando D’Annunzio si accorse del suo errore, fu troppo tardi: era troppo vecchio e malato. Ma il duce lo fece uccidere a ogni modo, spinto di sotto da un balcone e lo trasformò in martire. Per quanto riguarda Fiume, sebbene mancante della serietà della libera Ucraina o di Barcellona, essa può probabilmente insegnarci di più su certi aspetti della nostra ricerca. Fu in certi modi l’ultima delle utopie pirate, o l’unico esempio moderno. In altri, forse la prima T.A.Z. moderna.

Credo che, se paragoniamo Fiume con l’insurrezione di Parigi del 1968 (anche le insurrezioni urbane italiane della prima metà degli anni ’70) così come pure con le comuni controculturali americane e le loro influenze, nuova sinistra anarchica, dovremmo notare certe similarità quali: l’importanza della teoria estetica, vedi situazionisti; la popolarità di pittoresche uniformi militari; quella che potrebbe essere chiamata “economia pirata”, vivere bene nel surplus della sovrapproduzione sociale; il concetto di musica come cambiamento sociale rivoluzionario; e infine l’area di impermanenza che condividono di essere pronte a muoversi a cambiare forma per ricollocarsi in altre università, cime di montagne, ghetti, fabbriche, covi, fattorie abbandonate o anche altri piani della realtà.

Nessuno stava tentando di imporre un’altra dittatura rivoluzionaria, sia a Fiume, Parigi o Milbrook. O il mondo sarebbe cambiato, oppure niente. Nel frattempo mantenersi in movimento e vivere intensamente.


Dal libro di Hakim Bey, T.A.Z. Zone Temporaneamente Autonome


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