Indice articoli

Se prescindiamo dalla famiglia, la tribù è quasi certamente la più antica forma di società umana; oggi sussiste in forma piena solo in alcune popolazioni isolate, poco numerose e particolarmente arretrate, ma, seppure in forma attenuata e residuale, continua tuttora a svolgere un ruolo di rilievo in non pochi paesi in via di sviluppo, e si potrebbe inoltre sostenere che ne rimanga il retaggio anche in molti tipi di comportamento sociale tuttora riscontrabili nelle società più sviluppate.

Se prendiamo in considerazione il mondo intero o anche solo il vecchio mondo, dobbiamo in ogni caso constatare che, almeno per una sua considerevole parte, tale parziale eclisse è un fenomeno relativamente recente, prevalentemente concentrato negli ultimi due o tre secoli; per millenni, prima di tale breve periodo, popolazioni organizzate in tribù sono state largamente presenti in molte zone e hanno spesso svolto ruoli storici di primo piano.

Può quindi risultare sorprendente che l’argomento sia stato finora abbastanza poco studiato; senza dubbio sono state condotte approfondite analisi su tribù tuttora esistenti, appartenenti a popolazioni residuali rimaste a lungo isolate in vari angoli del mondo, ma, se i loro risultati possono essere interessanti da un punto di vista antropologico e sociologico, lo sono molto meno dal punto di vista storico: proprio a causa della sua durata nel tempo ed estensione nello spazio, siamo infatti tenuti ad attribuire al fenomeno tribale una forte variabilità di forme, ed è quindi difficile che gli studi di cui sopra possano darci delle indicazioni utili riguardo alle popolazioni tribali storiche, ossia a quelle che hanno svolto un ruolo storico fino a tempi relativamente recenti.

A queste peraltro, se non vado errato, gli storici hanno dedicato un’attenzione piuttosto scarsa, comunque non proporzionale all’importanza dei ruoli che hanno svolto nel corso del lungo arco di tempo in cui hanno rappresentato un’alternativa ancora vitale nei confronti di altre, meno antiche forme di società.

Di tale fatto si può dare una spiegazione che mi sembra piuttosto evidente: sono infatti queste altre forme di società che, anche se possono essere fra loro distinte e classificate in vario modo, vengono abitualmente comprese sotto il termine “civiltà” ed è alla civiltà o, più precisamente, “alle civiltà” che gli storici si sono soprattutto dedicati; a questa scelta, del resto, sono stati in certa misura costretti dal fatto pratico che le società tribali, rispetto alle altre, hanno lasciato infinitamente meno materiale archeologico, letterario o di qualsiasi altro genere, che potesse divenire oggetto di studio da parte loro.

Si può però forse aggiungere un’altra ragione: fino a tempi recenti la storiografia è stata in larga misura eurocentrica, e si dà il caso che in Europa, fin dai tempi delle “Vőlkerwanderungen”, fatte salve alcune zone marginali, di popolazioni tribali non vi sia stato più traccia.

In ogni modo mi sembra legittimo il sospetto che questo disinteresse abbia portanto a sottovalutare l’importanza del fattore tribale anche in contesti in cui esso non era invece affatto trascurabile; non mi riferisco tanto alle invasioni effettuate o agli imperi creati da popolazioni tribali, per esempio dai Turchi e dai Mongoli, fenomeni macroscopici che non potevano certo sfuggire all’attenzione degli storici, quanto all’impronta che le presenze tribali e/o la permanenza di tradizioni e comportamenti sociali ad esse risalenti hanno lasciato a lungo, talvolta fino a oggi, in molte “civiltà”, ossia in società non tribali, o che almeno non sono di solito considerate tali.

Mi sembra anzi probabile, data la lunghissima durata della forma tribale, che certe sue tracce permangano, a livello inconscio, in tutte le società attuali, anche in quelle che, come le europee, l’hanno abbandonata da lungo tempo; penso ad esempio alla tendenza, affiorata più volte anche in tempi recentissimi, a vedere una data nazionalità come basata sulla comunità di sangue, piuttosto che su quella di territorio, cultura, tradizioni, lingua ecc., e a certi comportamenti degli aderenti a partiti o movimenti politici, che, a volte, non saprei come definire se non “tribali”; è però logico prevedere che tali tracce debbano presentarsi con forza e potere di condizionamento maggiori in quelle società in cui la scomparsa delle organizzazioni tribali è più recente o non è ancora completa.

Sarà quindi opportuno, prima di procedere, un rapido sguardo d’assieme, limitato alle società del Vecchio Mondo, per vedere come esse si differenziano da questo punto di vista. Se fotografiamo la situazione come si presentava intorno al 1000 d. C., notiamo anzitutto, agli estremi orientale e occidentale dell’Eurasia, due gruppi di società, quello cinese/giapponese e quello europeo, in cui la forma tribale, salvo qualche zona marginale, era già da tempo scomparsa; lo stesso mi sembra si possa dire per il subcontinente indiano e anche per tutta l’area indocinese e indonesiana, anche se qui le suddette zone marginali appaiono più estese e resistenti che altrove. Nell’immenso spazio che separa l’Europa dalla Cina, la zona delle steppe che si stende dalla Grande Muraglia fino al Dnepr, vediamo invece prevalere popolazioni di allevatori nomadi, invariabilmente
organizzati in tribù.

Nell’area islamica, estesa dall’Hindukush al Marocco, ci troviamo poi di fronte a una situazione più complessa e problematica: da un lato, infatti, quest’area è sede di stati ben organizzati e altamente civilizzati, di numerose e popolose città e di popolazioni di agricoltori sedentari, quali quelle dell’Iraq e dell’Egitto, fra le quali l’organizzazione tribale è venuta meno da millennii; dall’altro però:

- Nell’area iranica esistono certamente estese sacche tribali (per esempio i Curdi o le popolazioni delle montagne a sud del Caspio), corrispondenti a popolazioni sia di agricoltori
sedentari che di pastori nomadi.

- L’Arabia vera e propria è sede quasi esclusiva di allevatori nomadi (beduini), le cui tribù spingono le loro greggi fino ai limiti delle terre agricole della Mezzaluna Fertile, dove a volte si infiltrano più o meno pacificamente, a volte irrompono con la forza.

- Anche in Egitto tribù di Arabi beduini si aggirano in modo analogo ai margini della valle del Nilo.

- A eccezione di poche e relativamente ristrette zone di agricoltura intensiva, il Maghreb èappannaggio di un gran numero di tribù berbere, agricoltori e/o pastori sedentari nelle zone più vicino al mare e più piovose, allevatori nomadi negli altipiani più a sud e, a maggior ragione, ai margini del Sahara.

- Infine nell’Africa a sud del Sahara, accanto a poche forme politiche più evolute (Etiopia, Ghana), la forma tribale è generalmente prevalente.

Abbiamo quindi una quasi generale compresenza a macchie di leopardo fra zone tribali e zone dove si sono da tempo affermati altri tipi di struttura sociale.

Se ora prendiamo in considerazione le vicende del secondo millennio, notiamo che:

- Nella maggior parte della zona delle steppe la forma tribale ha continuato a sussistere fino a tempi molto recenti e anche ora è tutt’altro che dimenticata nella zona nord-caucasica, nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale, in Mongolia e nella provincia cinese del Xinjiang.

- Nella prima metà del millennio in Iran e nel Medio Oriente (in cui occorre ora includere anche l’attuale Turchia) si assiste a una rilevante accentuazione del fattore tribale, conseguenza delle successive ondate di invasione dei Turchi e dei Mongoli, cioè di popolazioni tipicamente tribali di allevatori nomadi; nella seconda metà del millennio la tendenza si inverte, ma piuttosto lentamente, cosicché, in molti parti di questa zona, sono tuttora presenti forti sopravvivenze tribali.

- Mentre in Egitto la situazione rimane all’incirca invariata, anche il Maghreb conosce una forte accentuazione del fattore tribale, determinata dall’irruzione, nell’XI secolo, delle tribù di beduini arabi dette “hilaliane” (Così dette dalla tribù dei Banu Hilal; in realtà però questa era una sola delle numerose tribù di beduini arabi che, a partire dal 1053, invasero il Maghreb devastandolo gravemente e a lungo, soprattutto nella sua parte orientale), e dai loro successivi spostamenti fino all’Atlantico; anche qui il tribalismo regredisce lentamente nella seconda metà del millennio, senza peraltro sparire del tutto.

- Nell’Africa a sud del Sahara la situazione rimane sostanzialmente invariata fino all’arrivo degli Europei nel tardo XIX secolo.

E’ quindi abbastanza chiaro quali sono le zone dove dobbiamo aspettarci di trovare, anche nei costumi e comportamenti sociali attuali, le più forti tracce di un passato tribale; Asia Centrale, paesi islamici dall’Hindukush al Marocco (con la parziale eccezione dell’Egitto), Africa a sud del Sahara.

Ma quale forma hanno queste tracce, come si manifestano nella società? E, risalendo ancora più a monte, cosa contraddistingue una società tribale, in che cosa essa si differenzia dalle altre forme di società?

Probabilmente una risposta generale e univoca a queste domande non esiste, a causa della già accennata forte variabilità del fenomeno nel tempo e nello spazio, ma è forse possibile dare una risposta un po’ meno negativa se, come intendo fare d’ora in avanti, ci si concentra su una zona più ristretta, quella che corrisponde al mondo islamico classico, dall’Hindukush al Marocco, che è peraltro solo una parte del molto più esteso mondo islamico di oggi; come abbiamo appena visto è
questa una zona in cui popolazioni tribali hanno sempre interagito, a volte in modo molto intenso, con altri tipi di società, e per cui quindi, soprattutto grazie alle fonti provenienti da queste ultime, disponiamo di una messe relativamente copiosa di informazioni.

Queste riguardano soprattutto tre diversi gruppi di popolazioni tribali, quelle turco-mongole originarie dell’area delle steppe, gli Arabi di gran parte della penisola arabica e gran parte dei Berberi del Maghreb; sono questi tre gruppi infatti che, per quanto ben lungi dall’esaurire l’elenco delle popolazioni tribali presenti nell’area, più frequentemente si sono presentati alla ribalta della storia.

Particolarmente importanti e ben documentate sono alcune fasi della loro storia che qui mi limito ad accennare.

Per quanto riguarda gli Arabi, oltre, naturalmente, alle grandi invasioni del VII secolo, che portarono alla costituzione dell’impero universale dei califfi, occorre tener presente anche l’irruzione in Ifrīqya, nell’XI secolo, delle già citate tribù hilaliane (vedi nota 1), destinata a estendersi successivamente all’intero Maghreb.

Per le tribù turco-mongole abbiamo tre fasi principali, corrispondenti ad altrettante ondate di invasione: quella selgiuchide nell’XI secolo, quella dei Mongoli di Gengis Khan nel XIII e quella di Tamerlano alla fine del XIV secolo.

Nel mondo berbero infine incontriamo anzitutto, nel X secolo, l’epopea dei Kutama, che diede luogo alla formazione del califfato fatimide, poi, nell’XI secolo, quella delle tribù sahariane che fondarono l’impero almoravide, infine, nel XII secolo, quella delle tribù Masmuda dell’Alto Atlante che fondarono l’impero almohade.

Naturalmente fra questi episodi, così lontani fra loro nel tempo e nello spazio, esistono notevoli differenze.

Ad esempio nella maggioranza dei casi ne furono protagoniste tribù di allevatori nomadi, tuttavia sia i Kutama che i Masmuda (due casi su otto) erano coltivatori e pastori sedentari; risulta quindi evidente che il fenomeno, così spesso ripetutosi, per cui una popolazione tribale prendeva la via delle conquiste e dell’impero non era necessariamente legato al nomadismo, anche se questo ha costituito senza dubbio un elemento facilitante, se non altro per la disponibilità di buone cavalcature e la dimestichezza con le relative tecniche di combattimento, che la vita nomade comportava.

In genere le fasi di conquista furono precedute da un processo più o meno forzoso di unificazione di una popolazione tribale priva, fino ad allora, di vera unità politica, ma questo non è il caso degli hilaliani, le cui tribù continuarono a muoversi in ordine sparso prima, durante e dopo la fase di conquista; il processo di unificazione, quando ebbe luogo, fu sempre opera di un capo di eccezione, di un personaggio carismatico, ma in quattro casi (i tre casi berberi e, naturalmente, quello dell’ascesa di Maometto) l’azione di quest’ultimo si appoggiò su un forte messaggio di natura religiosa, mentre ciò non si verificò, se non in misura modesta e strumentale, nei casi dei TurcoMongoli; in qualche caso, ma non in tutti, l’azione del demiurgo fu legittimata dal richiamo a unaqualche forma, storica o mitica, di precedente unità.


🌱 Vuoi supportarci? Visita il nostro eco-shop:

👁️ Guarda anche

Combattere l'Alienazione

L'attuale società cosiddetta liberalista è alle prese con gravi problemi. In questo testo discuterò questi problemi e cosa li ha creati e cercherò di abbozzare una soluzione per loro.

Ovviamente non è possibile discutere di tutti questi problemi, poiché sono numerosi come le stelle. La maggior parte di essi, tuttavia, sono legati al fenomeno dell'alienazione, quindi questo è ciò su cui ci concentreremo in questo testo.

La società moderna ha devastato la maggior parte, se non tutte, le comunità locali e le reti umane che un tempo garantivano ai suoi membri sicurezza economica, sicurezza sociale e, cosa più importante, senso di comunità, responsabilità e scopo nella vita.

Introduzione all'Anarco Tribalismo e all'Anarco Comunitarismo

Da alcuni anni esiste una minoranza piccola ma sempre più influente nei media libertari contemporanei che si è sviluppata in alcuni paesi, considerata "eretica" dalla maggioranza. Questa minoranza, la cui voce è ogni giorno più forte nonostante coloro che sono interessati a zittirla.

I comunitaristi libertari africani di Afro Native Pride Liberia

Oggi abbiamo chiesto ai nostri fratelli Africani dell' ANPT (Afro Native Pride Liberia) di spiegarci la loro visione del mondo, la loro comunità è attiva da una decade, e qui ci illustrano il perchè hanno aderito al Comunitarismo Libertario. Ringraziamo pubblicamente il loro portavoce, passandogli metaforicamente la penna per descriverci la sua realtà comunitaria libertaria ed autosufficiente!

Gheddafi, il Libro Verde e la critica alla Democrazia

Il verde è il colore e il titolo del libro pubblicato da Gheddafi nel 1975: il Libro Verde in cui è racchiuso il suo pensiero politico. Sintetizziamo in questo articolo i tratti salienti dell’opera del Raìs.

Il Libro Verde critica i sistemi di governo "democratici" composti da partiti e parlamenti. Il voto non rappresenta la volontà popolare, ma quella del partito che raccoglie più voti.

Esso non rappresenta il popolo, ma solo una parte formata dai rappresentanti in parlamento che tutelano gli interessi economici del partito. Per il Raìs, il partito è come un clan, che persegue il suo "familismo amorale".

Collettivismo della Mente Alveare

Come un alveare, dimenticando completamente l'idea di preservare la cultura, la ricchezza privata e la libertà individuale, l'alveare è asceso dagli strattoni e dalle spinte della società e ha raggiunto l'armonia totale attraverso l'assimilazione.

I comunitaristi libertari nativi americani d'Alaska

Oggi noi di Libere Comunità vi presentiamo i comunitaristi libertari delle tribù dei nativi americani d'Alaska. Ringraziamo il compagno Rinehart per averci inviato l'articolo raccontandoci la sua esperienza e la formazione della sua comunità libertaria indipendente ed autosufficiente formata da nativi americani in Alaska... buona lettura.

Confederalismo Democratico

Il confederalismo democratico è una piattaforma politico-sociale sviluppata da Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, sulle basi del municipalismo libertario e dell'ecologia sociale precedentemente teorizzate dal filosofo socialista libertario Murray Bookchin. Öcalan lo descrive come "una amministrazione politica non statale o una democrazia senza stato".

Il Confederalismo democratico è il modello di organizzazione del Rojava, regione autonoma de facto nel nord e nord-est della Siria.

Libere Comunità: per una reale alternativa sociale

Il comunitarismo libertario è visto come movimento atipico da chi non conosce tale stile di vita, perché è davvero l''unica reale alternativa sociale che schiettamente combatte per un mondo nuovo. La nostra visione trae radici dall'anarchismo classico e dai pensatori che promuovevano libertà ed indipendenza. Nel nostro mondo, noi auspichiamo un predominio, in maniera non totalitarista, ma attraverso la libera associazione delle persone, delle comunità/tribù auto-sufficienti ed auto-governate.

🎥 Partecipazione al comitato NO DRAGHI di Perugia ed intervista esponenti PCI

Questa mattina a Perugia si è svolta una manifestazione collegata alla Giornata Nazionale No Draghi, dopo un anno dalla prima in risposta al governo Draghi.

Intervista-recensione al nuovo testo di Alessio Mannino “Disciplina del caos. Come uscire dal labirinto del pensiero unico liberale” (La Vela, Viareggio,2021)

Un’opera uscita recentemente che merita un’attenta lettura per la sua critica radicale ed innovativa all’intera visione liberale è il recente libro del giornalista e scrittore vicentino Alessio Mannino. Già conosciuto per Mare monstrum. Immigrazione. Bugie e tabù (Arianna Editrice, 2014) e Contro la Costituzione. Attacco ai filistei della Carta '48 (Circolo Proudhon Edizioni, 2017), Mannino ritorna alla ribalta con Disciplina del caos. Come uscire dal labirinto del pensiero unico liberale (Edizioni La Vela, 2021), una critica di fondo va anche oltre quella meramente nostalgica tipica di ambienti della così detta sinistra radicale nonché della destra radicale (quest’ultima focalizzata su posizioni che vanno dal tradizionalismo alla ripresa acritica del conservatorismo di stampo angloamericano). 

Il Nuovo Mondo Amoroso di Charles Fourier

Fourier affermava che attenzione e cooperazione erano i segreti del successo sociale, e che una società i cui membri cooperassero realmente avrebbe potuto vedere un immenso miglioramento della propria produttività. Queste comunità, da lui denominate falangi, sarebbero state basate su strutture di abitazioni comuni chiamate Falansteri.

L'uomo non deve avere una sola partner e le donne devono poter avere più uomini, anche le donne devono godere di una loro sessualità (cose che facevano passare Fourier per un pornografo). In breve bisogna abbandonare sempre l'unidimensionalità.

Sono previste anche libertà e comunità sessuale tra i membri della falange. La famiglia monogamica viene superata e i bambini vengono allevati dall'intera comunità. Questo metodo privo di alienazione avrebbe dovuto condurre ad un aumento della produzione.

Libera città di Christiania

Christiania è una micronazione e comunità intenzionale di circa 1.000 residenti, che copre 7,7 ettari (19 acri) nel distretto di Christianshavn nella capitale danese di Copenaghen. Christiania è stata fonte di controversie sin dalla sua creazione in un'area militare occupata nel 1971. Il suo commercio di cannabis è stato tollerato dalle autorità fino al 2004. Da allora, le relazioni tra Christiania e le autorità danesi sono state tese. Dall'inizio degli anni 2010, la situazione è stata in qualche modo semi-normalizzata.

Il Socialismo Utopico Comunitario: il Falansterio

Trattando l'esperienza del Falansterio di Fourier, analizziamo il suo socialismo utopico di base comunitario, che è molto vicino al concetto del comunitarismo libertario che noi di Libere Comunità ribadiamo come nostra visione del mondo.

Fourier immagina un modello urbanistico appropriato sia per il periodo del garantismo, sia per lo stadio finale dell’armonia: nel primo caso esso corrisponde ad una città concentrica; nel secondo immagina e descrive minuziosamente il falansterio, il modello edilizio che rappresenta forse l’aspetto più noto e interessante del suo pensiero.

Sakalash! Anarco-Comunitarismo

"La spiritualità non è una religione. Essa rappresenta la spinta di ciascun individuo verso la conoscenza delle proprie origini, attitudini, manifestazioni interiori.

Un approccio spirituale della vita implica la capacità di porre e porsi delle domande, stessa qualità del vivere da anarchici; mettersi costantemente in gioco e fare delle proprie conoscenze un'arma vincente così da non sottostare ad opinioni collettive, rendendosi padroni delle proprie vedute.

Spiritualità e anarchismo si compenetrano a vicenda perché entrambe pongono alla base la libertà di essere se stessi senza essere condizionati da dogmi o dalla società contemporanea, entrambe prevedono una totale armonia nell'autonomia."

Hakim Bey, il sogno anarchico delle T.A.Z.

Questa volta però vengo come il Dioniso vittorioso, che trasformerà il mondo in una vacanza... Non che abbia molto tempo...Nietzsche (dalla sua ultima “folle” lettera a Cosima Wagner)

I corsari e i pirati dei mari del XVIII secolo crearono una “rete d'informazione” che si estendeva per l’intero globo: primitiva e primariamente rivolta a truci affari, la rete funzionava nondimeno ammirabilmente. Sparse attraverso la rete erano isole, remoti nascondigli dove le navi potevano venire rifornite d'acqua e cibo, il bottino scambiato per necessità e lussi. Alcune di queste isole sostenevano “comunità intenzionali”, intere mini-società che vivevano coscientemente al di là della Legge e decise a rimanerci, anche se solo per breve ma felice esistenza.

🎥 Libere Comunità incontra Movimento Distributista Italiano - intervista e dibattito con Matteo Mazzariol

Il Movimento Distributista Italiano nasce a Bergamo il 13 novembre 2012 da un gruppo di cittadini sinceramente interessati a rimettere il senso comune, l'adesione al reale e l'uso della retta ragione al centro dell'agire politico, al di là di ogni ideologia e nell'interesse del bene comune. Il Movimento Distributista Italiano affonda le sue radici nel pensiero di Gilbert Keith Chesterton e Hilaire Belloc.

Secondo il distributismo, la proprietà dei mezzi di produzione deve essere ripartita nel modo più ampio possibile fra la popolazione generale, piuttosto che essere centralizzata sotto il controllo dello Stato (nel socialismo) o di pochi privati facoltosi (nel capitalismo).

André Gorz e L'Ecologia Politica

Il comunitarismo di André Gorz è di matrice decisamente progressista. Si tratta di un comunitarismo di tipo associativo e non ascrittivo. È stato un filosofo e giornalista francese, noto come il principale fondatore dell'ecologia politica. Ha fondato nel 1964 Le Nouvel Observateur con lo pseudonimo Michel Bosquet, insieme con Jean Daniel.

Il Socialismo Antidogmatico di Stanis Ruinas

La scelta di trattare un personaggio come Stanis Ruinas è dovuto al fatto che questo pensatore politico non ha mai avuto il peso che meritava. Lui, in qualche modo, può essere anche considerato precursore di quelli che poi saranno parte di movimenti successivi (come la Novelle Droite o la European New Right a destra, oppure come Partito Socialista Unificato della Catalogna o il Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe più a sinistra) che inizieranno il sincretismo politico per superare l’oramai faziosa e stagnante dicotomia destra-sinistra, che da sempre hanno favorito il potere finanziario e capitalistico tradendo più volte gli ideali iniziali.

Tommaso Demaria: il Comunitarismo Mistico e la Società Dinontorganica

Un pensiero quello del filosofo e teologo Tommaso Demaria che avvia, almeno cronologicamente, il filone italiano del comunitarismo. Demaria è metafisico, teologo e sociologo torinese e vive ed opera a pochi chilometri da Adriano Olivetti. La scoperta metafisica fondamentale di Demaria è l'ente dinamico, scoperta che completa la metafisica aristotelico-tomistica. La nuova categoria ontologica consente di "fotografare" quell'umanità di cui la persona non può fare a meno e con cui la persona si trova in "simbiosi" essenziale fin dal suo principio.

"Statu Francese Assassinu!" Libere Comunità in solidarietà al Popolo Corso

Si è riacceso lo spirito separatista dell'isola Corsa. L’ondata di proteste è a sostegno del militante indipendentista Yvan Colonna, aggredito brutalmente da un detenuto nel carcere di Arles, nella regione della Provenza. L'uomo, che si trova ora in fin di vita, sta scontando un ergastolo per l'assassinio del prefetto francese Claude Erignac, avvenuto nel 1998. I manifestanti, che sono scesi in piazza al grido di “Statu Francese Assassinu”, accusano Parigi di essere responsabile del tentativo di omicidio del militante.