"La foresta in fiore" è la prima traduzione mondiale dell'opera d'esordio di Mishima, pubblicata in Giappone nel 1944. I racconti, scritti durante la guerra tra i sedici e i diciotto anni dell'autore, scaturiscono dall'abbandono della mente a uno stato fluttuante, ed evidenziano il rapporto libero e ludico di un adolescente con la poesia e la letteratura. Gli antenati, la tradizione, le antiche capitali, il mondo degli dei, una sottile analisi introspettiva dei personaggi, la creazione di un mondo, onirico e psicologico, alternativo a quello reale, animano questi racconti giovanili nei quali è già possibile intravedere le caratteristiche più profonde di Mishima: l'ispirazione classica, risolta in uno stile enfatico e solenne, e l'analisi distaccata.

L'opera è divisa in vari racconti separatamente pubblicati, che la Feltrinelli raccoglie in questa edizione.

<<Immaginare un racconto, la gioia di scriverlo. Il primo piacere che ho imparato dalla vita è stato questo. Godere di questa dolcezza, molto prima di conoscere l’amarezza della letteratura, ha determinato nel bene e nel male tutta la mia natura umana e artistica>>: così scrisse una volta Yukio Mishima per mettere in evidenza come si fosse sentito praticamente da sempre uno scrittore, come fossero sovrapponibili nel suo caso vita e scrittura. Una delle prove più inconfutabili che questa affermazione era tutt’altro che velleitaria si cela nell’antologia La foresta in fiore, uscita nel 1944. Racconti giovanili – tra i quali quello che dà il titolo alla raccolta, il primo mai scritto e pubblicato, che risale al 1941, quando Mishima (che si chiamava ancora Hiraoka Kimitake e proprio in questa occasione inaugurò il suo fortunato pseudonimo) aveva solo diciassette anni e frequentava il liceo del Gakushūin, la Scuola dei Pari di Tokyo, e che uscì sulla rivista “Bungei Bunka” su segnalazione del professore di Lettere Shimizu Fumio. Racconti di un ragazzo – ma che vendono in poche settimane quattromila copie, capaci come erano di dare corpo agli ideali politici, ai sentimenti popolari, al gusto letterario, allo zeitgeist del Giappone dei primi anni della Seconda guerra mondiale, prima della disfatta e dell’apocalisse nucleare. Racconti acerbi – ma già paradigmatici, già perfettamente in linea con il canone estetico e letterario del Mishima della maturità, già immersi nelle atmosfere che troveremo nei romanzi successivi.

I racconti presenti nel libro sono HANAZAKARI NO MORI (che da titolo alla raccolta di racconti) , Otto To Maya Yoyo ni nikosan e Inori no nikki.

Il bambino sogna spesso di treni che fischiano “come una tempesta d’autunno” e di tram che vengono giù per la discesa come giovani stelle cadenti. Vive con la famiglia in una antica casa circondata da un grande giardino: suo padre ci si è costruito una sorta di eremo per stare solo nel quale la moglie lo raggiunge di notte, senza fare rumore. In casa dormono quindi solo il bambino e la nonna, che soffre di nevralgie croniche e non fa altro che lamentarsi e prendere medicine. Alla morte della nonna, nella sua vecchia cassapanca cinese vengono ritrovati l’antico diario di Dama Hiroaki, un’antenata della famiglia, e una Bibbia avvolta nel broccato e custodita in un cofanetto di lacca intarsiato di madreperla… Si dice che, all’arrivo dell’autunno, nel lago di Shiga si veda l’isola del dolore, “un’isola ricoperta di pini e di nebbia, dove fluttua indistinta l’immagine dell’antica capitale in fiore”. Molti poeti si recano in pellegrinaggio in quel luogo magico per intravedere con gli occhi velati di pianto l’immagine dell’antica capitale avvolta nei colori dell’alba. Tanti, tanti anni prima però in quella città viveva Haruje, figlio di un guerriero dalla grande abilità poetica, Nobuie. Una delle famiglie della casata imperiale aveva bandito una gara di poesia avente per tema “la tristezza per la caduta dei fiori di ciliegio”, e Haruje in quell’occasione passò una notte intera a corteggiare un’ancella senza sapere di averla già incontrata e colpita quando era solo una bambina… La lunga malattia che l’ha colpita in tenera età ha reso le gambe di Yasuko deboli e magre. Ogni mattina, afferrandosi alle mani dell’infermiera, si sforza di camminare un po’ e un giorno – durante una delle sue faticose e lente passeggiate – incontra un’altra infermiera e un altro bambino che cammina a fatica. A Yasuko sembra che fra lei e quel bambino, malgrado non si siano mai rivolti la parola, quelle coincidenze tendano un filo, evochino “una misteriosa felicità, quella felicità che nasce spesso fra i bambini come un patto silenzioso, come un rito segreto”…

Da non sottovalutare però il rapporto che ha con la morte in questa opera (che ricordiamo è la prima della sua produzione letteraria), ponendolo quasi (permettetemi una considerazione) ad un ibrido tra Leopardi e D'Annunzio. Due poeti diversissimi ma comunque coesistono nell'animo letterario di Mishima. Il suo lato "guerriero" coesiste col suo lato "pessimistico", in qualche modo vi è una ricerca particolare del proprio io: La ricerca interiore, il totale distacco dalla realtà alla ricerca di un mondo onirico attraverso un linguaggio ricercato e classicheggiante sono gli elementi di spicco della produzione letteraria di Mishima.

In questa recensione si è voluto di proposito fornire pochissimi elementi per non rovinare l'esperienza di lettura a chi ci sta seguendo, opere come questa non sono recensibili, sono troppo "soggettive", difatti tra i racconti proposti nel libro, ha giocato moltissimo lo stato d'animo del lettore che in quel momento si approcciava alla lettura. Bisogna però considerare l'elevato spessore di questa opera, spesso dimenticata essendo parte degli scritti giovanili, alla quale io personalmente sono molto legato. "La Foresta In Fiore" non è solo un racconto, ma è pregnante di una atmosfera, oramai perduta, del "Giappone classico", ed è assolutamente consigliato agli amanti di tale cultura.

Nonostante l'eterogeneità della proposta contenuta nei cinque racconti, come anche dei periodi storici nei quali le vicende si susseguono, tutti quanti ruotano intorno a dei significati visti come due facce di una stessa medaglia, la prima faccia è quella dell'ideale romantico e del "desiderio" quello sottile e struggente che si insinua nel cuore di tutti i personaggi, una sorta di faccia da "esteta". L'altra faccia, quella più "oscura" ed introspettiva è quella dove permea il suo mondo onirico, quello della sua nostalgia esistenziale, dove la figura della morte è presentata velatamente in tutti i racconti.

La grandezza di questa opera è dunque quella di racchiudere in un unica produzione, un racconto "informativo" sul Giappone, un lato romantico-estetico ed un lato introspettivo ed onirico, ponendo Mishima nelle vesti dell' Angelo Decaduto, che ha vissuto in un mondo diverso ed è costretto a vivere nel "nostro mondo", siccome sono state tarpate lui le ali.

In ultima analisi, vi consigliamo la prefazione e la post fazione di Emanuele Ciccarella, che oltre ad aver tradotto in una maniera fluida e "moderna" l'opera di Mishima, ha dato spunti interessanti alla riflessione e alla concezione di questa opera. Ci sarebbe molto altro da dire, ma ribadiamo che per non eliminare il gusto di lettura a voi che ci seguite, vi consigliamo di leggerlo, siccome nonostante tutto, non è un libro "pesante" ma è "pensante", e la sua scorrevolezza lo rende unico nel suo genere.


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Il 25 novembre 1970 Yukio Mishima (Tokyo, 1925-1970, pseudonimo di Kimitake Hiraoka) termina la stesura dell’ultimo romanzo della tetralogia Il mare della fertilità. Lo stesso giorno, accompagnato dai membri più fidati del Takenokai (Società dello Scudo, milizia paramilitare fondata dallo scrittore nell’ottobre del 1968) occupa simbolicamente il Quartier Generale del Comando Orientale delle Forze di Autodifesa Giapponesi-Ichigaya, Tokyo.