Abbiamo recentemente visto l'acclamato film Capri Revolution, il cui regista Mario Martone ha preso l'ispirazione dalla vicenda storica della comune realizzata a Capri da un pittore tedesco, dopo averne casualmente scoperto le opere esposte alla Certosa di San Giacomo. E’  dunque stato impossibile non dedicare un articolo a quello straordinario sognatore di cui sono appassionato da tempo: Karl Wilhelm Diefenbach.
Nato il 21 febbraio 1851 nella cittadina di Hadamar, in Assia (Germania), figlio di un professore di disegno nonché pittore di una certa fama, diviene egli stesso pittore, ma persegue la propria rivoluzione conducendo una vita basata sul vegetarismo e sull’astinenza dall’alcool e dal tabacco in totale armonia e sintonia con la natura.

Il dipinto ad olio “Non devi uccidere” è esempio incontrastato a cavallo tra mistica e sacralità della vita. Anarco-socialista volkish vive con la famiglia (all’epoca composta dalla moglie e da due figli) e con alcuni discepoli in una cava di pietra abbandonata, anticipando di alcuni anni una comune più famosa, quella del Monte Verità vicino ad Ascona nel Canton Ticino. In questo periodo le autorità lo sottopongono al primo processo della storia per nudismo. Diefenbach è sicuramente il principale antesignano del movimento della Lebensreform che si svilupperà nel mondo tedesco alla fine del XIX secolo.

La riscoperta della bellezza del corpo e la sua celebrazione all’interno di una natura incorrotta e purificatrice lo avvicinano all’ordine esoterico ariosofico di cui entra presto a far parte come famiglio, l'Ordo Novi Templi di Jörg Lanz von Liebenfels (1874-1954). Quest’ultimo, direttore della rivista Ostara (in onore alla dea pagana della primavera), ex monaco cistercense ed erudito teologo viennese, pone le basi per quella particolare dottrina che lui stesso battezza “ariosofia” e che ha come comun denominatore la Teosofia di Helena Petrovna Blavatsky e il Cristianesimo graalico-esoterico il cui culmine è rappresentato dalla pubblicazione ‘Teozoologia. La scienza delle nature scimmiesche sodomite e l’elettrone divino’.
‘Malattie, miseria, crimini d’ogni tipo, prostituzione e degenerazione, delitto e suicidio, strage che grida al cielo chiamata “guerra” sono le conseguenze naturali dell’ingiustizia della società, dell’irreligiosità delle istituzioni, dell’allontanamento da Dio’ tuona Diefenbach nei suoi proclami pubblici, inimicandosi quelli che contano.

Ma sono gli anni in cui si crede ad un nuovo mondo, un mondo basato sulle leggi della natura e con l’arte in primo piano. Diefenbach usa materiali poveri per la realizzazione delle sue tele (olio, bitume, cenere, terreno) determinando in questo modo un legame indissolubile tra opera d’arte e natura madre: i suoi così evocativi paesaggi naturali e gli elementi che ne compongono la trama concorrono a rafforzare l’anima della sua opera. Diefenbach attribuisce alla pittura una funzione magico-religiosa: la sua figura carismatica ed il suo modo di vestire monacale testimoniano inequivocabilmente il suo ruolo di magus ed artista al contempo: padrone degli elementi e figlio di una natura cosmica, selvatica ed incontaminata.

Puro. I suoi quadri trasmettono le vibrazioni elettriche, per dirla con il linguaggio dei Nuovi Templari, che generano emozioni antiche dai toni sublimi e misteriosi, lontane dal chiacchericcio della massa tanto detestata. Si scorge la forza del Vril, quell’energia che permea di vita tutte le cose e le rende uniche. Pioniere della cultura della riforma è parte attiva dell’elitaria attività rituale dell’Ordo Novi Templi, lo stesso Lanz lo chiama “Fra(ter)”. La familiare gnosi dualistica dell’ordine (in cui si contrapponevano per esempio l’angelo e il fauno) si riflette parimenti nell’opera di Diefenbach: il Cristo-Frauja (secondo la denominazione gotica) nel passaggio dal cervo a Dio, da Kernunnos al Cristo. Solo l’occhio allenato può penetrare il mondo sovrasensibile dei fratelli vestiti di bianco che celebrano il santo uffizio nel bosco di Werfenstein, il ‘castello del Graal’ acquistato da von Liebenfels e divenuto priorìa dell’ONT.

Pittore, quindi artista, quindi perfetto confratello per un ordine che punta anche sulla bellezza fisica, oltre che sulla purezza spirituale degli arya (nobile, puro in sanscrito), e dunque, sulla valorizzazione di tutto quanto è naturalmente bello, l’Arte come senso dell’esistere. Come visione di tempi antichi fuori dal tempo: gli è cara la Sfinge, dopotutto gli ariosofi sono persone che credono ad Atlantide, a Thule, ad Iperborea: ad un mondo reale che per i più è irreale. I templi sparsi per l’Austria, la Germania, la Persia (l’ordine si spinse sino laggiù) sono una risposta all’imbarbarimento dell’uomo e della società del denaro: la creazione di rifugi spirituali contro il materialismo deve aver giocato non poco sull’immaginario di Diefenbach e sulla sua scelta di affiliarsi. Pur non essendo per niente clericale, egli considera questi conventi come ‘sedi del genio creatore’.

Il suo dipinto ‘Villa imperiale’ può essere interpretata come una postura runica di controllo superumano delle forze della natura, una natura primordiale in cui l’eroe anela alla luce come un mago selvatico delle rune: bianchi e neri, ancora una volta agli antipodi: il bianco come una luce fantasmatica, il nero come la notte più buia. Anticipatore dello stile liberty con i suoi disegni (in bianco e nero) è però con la pittura che emerge la sua forza dirompente: si può collocare tra Makart e Klimt, nella misura di un legame mancato tra i due. Quasi un legame telepatico, generato da un’ideale catena invisibile e proprio per questo ancor più salda. Di certo Klimt fu influenzato da Diefenbach e portato verso il Secessionismo. Lo stesso Kupka (secondo molti l’autore del primo quadro astratto della storia) è un fan accanito del nostro clochard-volkish, al punto da imitarne lo stile pittorico e lo stile di vita (diviene vegetariano anch’egli, senza mai nascondere l’influenza del suo maestro).

Vienna, Trieste, Napoli e Capri: nel 1914, alla vigilia della Prima guerra mondiale, si stabilisce sull'isola fondandovi una comune. I giovani, nel tentativo di recuperare una primitiva semplicità praticano il nudismo, assumono un'alimentazione vegetariana e ricercano nuove forme espressive basate sul rapporto con la natura selvaggia. Un viaggio verso Sud in un ideale percorso dalla Nigredo verso l’Albedo: di fronte alla penisola sorrentina finisce la vita di Diefenbach, il 13 dicembre 1913 muore per un attacco di peritonite. Presto dimenticato in Germania, il suo seme sopravvive in Italia dove lascia svariati eredi da diverse donne e svariati debiti, nel più puro stile dannunziano. Ma lascia soprattutto tele di grandi dimension, rimaste nello studio fino al 1931 e poi trasferite alla Certosa di San Giacomo di Capri dove per anni sono abbandonate al degrado e alle cure di vandali e saccheggiatori. Solo agli inizi degli anni ’70, per l’interessamento di Friedrich Fridolin von Spaun, figlio di Stella Diefenbach, le opere vengono salvate e donate allo stato italiano.

Il Prof. Raffaello Causa, Sovrintendente ai Beni Storici della Campania, permette la realizzazione nel 1974 del Museo Diefenbach in alcune sale della Certosa di San Giacomo: sono presenti 31 tele, 5 sculture in gesso, e un ritratto del pittore dipinto da Ettore Ximenes. Presso il museo della città di Hadamar in Assia è possibile visionare il fregio di 68 metri intitolato “Per Aspera ad Astra” realizzato per il transatlantico austriaco Franz Ferdinand Este con la sua sequenza di silhouettes danzanti e musicanti, di bambini, animali e figure esotiche. Un giovane che risponde al nome di Höppener viene influenzato profondamente dalle teorie di Diefenbach e ne diventa il discepolo più fedele, meritando il soprannome di Fidus. Pseudonimo che userà per tutta la vita, anche dopo la separazione dal Maestro, e che lo accompagnerà nell’olimpo degli artisti più conosciuti di un’epoca contrastata. Ma questa è un’altra storia.


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