Al termine della Prima guerra mondiale, inizialmente sostenne l'occupazione di Fiume compiuta dai legionari dannunziani per proclamare l'annessione della città all'Italia. Tuttavia, quando i dannunziani e gli irredentisti cittadini iniziarono a limitare le libertà d'espressione dei cittadini, divenne loro oppositore. Principale sostenitore dell'autonomia di Fiume dall'Italia, e unico Presidente democraticamente eletto dello Stato di Fiume, dal 5 ottobre 1921 al 3 marzo 1922. Fu deposto da un colpo di mano di fascisti, nazionalisti ed ex legionari dannunziani.

Quando i dannunziani proclamarono nuove elezioni comunali il 26 ottobre 1919, proponendo una lista irredentista guidata da Riccardo Gigante, Zanella invitò i cittadini ad astenersi. Molti autonomisti, tuttavia, parteciparono alle elezioni, convinti che avrebbero dimostrato l'autodeterminazione della città. La lista annessionistica vinse con circa il 77% dei consensi e Gigante divenne sindaco della città, ufficialmente proclamato il 26 novembre.

Nei mesi successivi Zanella dovette abbandonare la città, in quanto leader riconosciuto dell'opposizione a D'Annunzio. Il 20 aprile 1920 gli autonomisti di Riccardo Zanella con l'appoggio dei socialisti, proclamarono lo sciopero generale.

Lo Stato libero di Fiume

Una volta esaurita l'avventura dannunziana della Reggenza italiana del Carnaro, Zanella presiedette lo Stato libero di Fiume dal 5 ottobre 1921 fino al colpo di Stato nazionalista del 3 marzo 1922.

Fin dal suo insediamento, il governo autonomista fu ostacolato da una coalizione di nazionalisti, fascisti e ex-legionari dannunziani guidata da Riccardo Gigante e Giovanni Host-Venturi. L'opposizione fascio-nazionalista innescò una serie ininterrotta di disordini.

Il 1º marzo 1922 quando l'ex legionario fiumano Alfredo Fontana morì durante uno scontro con la polizia, l'opposizione colse il momento per il colpo di mano finale. Il 3 marzo i fascisti triestini, guidati da Francesco Giunta, appoggiati anche dal 26º battaglione di fanteria di stanza nella città attaccarono il palazzo del governatore, occupandolo.

Zanella, catturato dai fascisti, fu costretto con la forza a firmare una dichiarazione di dimissioni:

«In seguito agli avvenimenti di oggi, 3 marzo 1922 che mi hanno costretto ad arrendermi alle forze rivoluzionarie, rimetto i poteri nelle mani del Comitato di difesa che ha originato il moto.» (Riccardo Zanella)

Il nazionalisti dichiararono immediatamente l'annessione della città all'Italia. Il governo di Roma - che secondo il trattato di Rapallo era responsabile della sicurezza del piccolo Stato - diede inizio a un periodo di commissariato militare. Uno dei commissari designati fu il nazionalista dannunziano, Giovanni Giuriati (che nel 1919 era stato il regista dell'Impresa di Fiume).

L'esilio

Zanella fu costretto a lasciare la città, e si stabilì a Porto Re seguito da gran parte dell'Assemblea Costituente.

Dall'esilio continuò a seguire le vicende politiche della città, e fu molto deluso nel vedere il definitivo tramonto dell'autonomia fiumana. Zanella aderì all'antifascismo attivo, e con gli autonomisti Antonio Luksich Jamini ed Angelo Adam, perseguì un'intensa opera di propaganda. Visse a Belgrado fino al 1934, poi si spostò a Parigi, dove rimase fino all'inizio della seconda guerra mondiale.

Al termine della guerra, Zanella fu l'ultimo difensore dell'italianità della città, opponendosi all'annessione di Fiume alla Jugoslavia. Nel 1945 chiese alle Nazioni Unite e al Consiglio dei Ministri degli Esteri (un'emanazione della conferenza di Potsdam) di restaurare lo stato libero di Fiume. Lo stato fiumano era stato la "prima vittima del fascismo", prima dell'Etiopia e dell'Albania. I suoi sforzi furono vani.

Morì a Roma nel 1959. È sepolto a Roma, al cimitero del Verano.

Zanella e D’Annunzio, l’inconciliabile dissidio (1914 – 1920)

Segue un capitolo tratto da "L'Autonomismo Fiumano ed il Misconosciuto Zanella" di Emoroso Oliviero:

il 12.9.1919, inizia l’impresa di Fiume e inizialmente Zanella sembrò considerare il gesto di D’Annunzio come un’occasione storica. Il 13, infatti, gli scrisse:

“Maestro, con l’animo colmo di vivissima riconoscenza per l’atto altissimo da Ella compiuto per la redenzione della mia città natale, Le invio la mia fervida adesione e l’espressione della mia devozione sincera…”

Nell’occasione, negava anche appassionatamente di essersi opposto all’annessione all’Italia e sembrava intenzionato a recuperare il pessimo concetto che il poeta si era fatto di lui.

Già durante il primo incontro fra i due, avvennuto il 18 settembre 1919, appena una settimana dopo l’occupazione legionaria, quelle righe di ammirazione, anzi di devozione, assunsero, però, un significato molto più formale.

Secondo il prof. Dalma, Zanella confermò la propria condivisione dell’impresa a condizione che

“fosse limitata nel tempo e nei fini e si adeguasse ai superiori interessi del Paese”

La franchezza della dichiarazione irritò immediatamente il Comandante, il quale, a parere del Dalma, era abituato ad avere attorno “politici fiumani proni ai suoi piedi”.

Nel colloquio, D’Annunzio si sarebbe abbandonato a dichiarazioni gravissime, asserendo che l’impresa di Fiume era soltanto il primo passo di un movimento “militare – nazionale”, capeggiato dal duca d’Aosta, teso ad occupare Roma, sciogliere il Parlamento, destituire il Re ed instaurare una dittatura militare.

Ciò avrebbe indotto Zanella a partire immediatamente per Roma ed a denunziare questi progetti al Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.

Di segno completamente opposto il resoconto di Silvino Gigante.

A suo dire, Zanella voleva dividere con D'Annunzio l’onore dell’impresa, per poterlo manipolare a suo piacimento, salvo poi scoprire che egli non era disposto ad accettare i suoi consigli.

Per tale motivo sarebbe corso a Roma a trattare circa “le direttive e l’atteggiamento della città, quasi che ne fosse il legittimo rappresentante”.

Al ritorno avrebbe avuto “un solenne rabbuffo” dal Comandante che non poteva tollerare una tale slealtà.

Entrambe le versioni appaiono, piuttosto superficiali e dettate da partigianeria. Una fotografia fedele ed un acuto esame delle ragioni dell’esito infelice di quell’incontro lo fornisce, invece, Giovanni Stelli.

La sincera adesione all’impresa, espressa da Zanella, includeva una riserva. Occorreva, a suo parere, tenere in conto la difficile situazione internazionale ed interna. L’impresa era un atto di forza e di ribellione, vantaggioso per Fiume, ma pericoloso per il Paese, in quanto elemento di disgregazione dell’esercito e della credibilità dell’Italia. Quindi, doveva concludersi in fretta.

In sostanza, Zanella aveva una visione politica liberale e democratica, che lo spingeva a muoversi in un quadro legalitario ed istituzionale, mentre D'Annunzio partiva da presupposti rivoluzionari diametralmente opposti, auspicando una “palingenesi nazionale” da attuare senza eccessive remore legalitarie che, spazzata via la vecchia casta, potesse provocare un profondo cambiamento politico e sociale.

Stelli non si pronuncia sull’affidabilità delle rivelazioni circa la possibile macchinazione golpista, imprudentemente enunziata da D’Annunzio.

Sottolinea, piuttosto, il rischio che egli percepiva dalla collaborazione di Zanella: quest’ultimo, con le conoscenze e capacità di cui disponeva avrebbe potuto non solo collaborare, bensì orientare gli organismi istituzionali locali, quali il Consiglio Nazionale, finendo per determinare un dualismo di potere tra Consiglio stesso e Comando dannunziano.

La rottura definitiva si consumò nel secondo incontro, svoltosi il giorno 8 ottobre, al ritorno di Zanella da Roma. Dopo un burrascoso colloquio, nel quale rifiutò di sottomettersi ad ogni restrizione delle proprie libertà, fu accompagnato alla porta e, successivamente, informato da Host Venturi che il Comandante lo considerava “nemico della patria”, impedendogli, praticamente, ogni attività politica.

Zanella, con un sotterfugio, riparò a Roma, da dove intraprese una ferma opposizione contro il Governo dannunziano.

Il 26 ottobre si svolsero le elezioni su lista unica per il Consiglio Comunale e Nazionale. Votarono 7154 elettori su 10444 aventi diritto e di questi 6888 votarono la lista dell’Unione nazionale.

Il leader dell’opposizione, dall’esilio romano, fece un appello a non votare, vedendo nella competizione elettorale uno strumento per rafforzare il potere di D'Annunzio che avrebbe screditato il diritto all’autodecisione.

Tappa importante per l’opposizione zanelliana fu, poi, l’offerta di soluzione della questione fiumana effettuata dal generale Badoglio, in rappresentanza del Governo italiano, verso la fine di novembre, il c.d. “modus vivendi”.

Il Governo riconosceva il diritto della città di Fiume a decidere il proprio futuro e si impegnava a non accogliere in nessun caso soluzioni che separassero la città dalla madrepatria. I legionari sarebbero stati sostituiti da truppe regolari e si promettevano aiuti economici.

D’Annunzio, ben informato dell’attività dell’opposizione zanelliana, non aveva interesse a far conoscere i termini del modus vivendi, in quanto i propri orientamenti erano già in tutt’altra direzione. Ma, nella notte tra il 29 ed il 30 novembre, gli attivisti zanelliani riuscirono ad affiggere clandestinamente un volantino che ne riportava il testo, con l’invito ai Fiumani ed alle Fiumane a far sentire la propria voce.

Le decisioni del Comandante, nel frattempo emergevano sia dalle controproposte formulate il 29, sia dal sequestro del cacciatorpediniere Bertani, sia dall’impresa di Zara e dallo scalpore che la stessa fece a livello internazionale, facendo intravvedere come la questione fiumana andava allargandosi.

L’oltranzismo del Comando non era condiviso da tutti, tanto che in quelle settimane si manifestò il dissenso del maggiore Reina e di alcuni comandanti di reparto.

Il 15 dicembre, a riprova dell’efficacia della propaganda zanelliana, il Consiglio approvò a grande maggioranza le proposte italiane ed il Comandante, cogliendo le incrinature che si stavano verificando nel blocco che sinora l’aveva sostenuto, promise una consultazione plebiscitaria sull’argomento.

Quando ormai era chiaro l’orientamento del voto, favorevole all’accoglimento del modus vivendi, tuttavia, D’Annunzio colse il pretesto di alcuni disordini svoltisi nelle sezioni elettorali, per sospendere lo spoglio ed invalidare le elezioni.

Seguì il famoso discorso o, secondo la definizione zanelliana, “il trucco” dell’urna inesausta, con il quale contrappose alle urne di una città cambiata ed intristita, l’anima eroica dei fiumani che versa la fede e l’amore inesauribile” (per l’Italia). Così la proposta governativa venne respinta.

Particolarmente significativa, inoltre, la lettera, di cui riferisce ancora Stelli, che Zanella indirizzò, si presume, a Nitti, l’undici aprile 1920.

Essa fa riferimento ad una controversia di lavoro, di cui D'Annunzio si era fatto mediatore, rientrata dopo due giorni di sciopero. Paventa che le promesse di aumenti salariali siano deluse, causa lo stato disastroso delle finanze cittadine, e che i socialisti massimalisti, in gran parte slavi ed ungheresi, possano prendere il sopravvento.

Il 20 aprile, in verità, lo sciopero generale riprese ed il Comando, bloccata militarmente la sede del sindacato dove si erano riuniti 2000 operai, ne arrestò 500, privi della cittadinanza fiumana, facendoli poi espellere dalla città.

Ma la parte più interessante della lettera è quella in cui Zanella insiste sui dissidi all’interno dei legionari. Riporta l’esposto del capitano dei Carabinieri Rocco Vadalà, con cui il medesimo lamenta l’atteggiamento fortemente antimonarchico di esponenti dannunziani i quali arrivavano ad insultare i carabinieri fedeli al Re e conclude chiedendo di poter abbandonare con essi la città.

Sollecita quindi un intervento armato governativo contro il “disastroso ed illegale regime” in atto, visto l’atteggiamento succube del Consiglio Nazionale, la contrarietà di gran parte della popolazione e le divisioni del fronte legionario.

Il 20 gennaio l’ex sindacalista anarchico Alceste De Ambris divenne Capo di Gabinetto, in sostituzione del moderato Giuriati; in alcuni ambienti legionari andavano nel frattempo affermandosi tendenze repubblicane e socialisteggianti.

Il 12 giugno 1920 Zanella, rivolse al Parlamento italiano una petizione in cui ancora una volta si chiedeva di por fine al regime illegale in atto a Fiume rivolgendo al governo dannunziano un vero e proprio atto d’accusa, articolato in 16 punti.

Si denunciava la soppressione della libertà di stampa, di opinione, di riunione e di propaganda politica, persecuzioni ed incarcerazioni, malversazioni di ogni genere, la corruzione morale dilagante, la sfrenata propaganda antimonarchica ed anti istituzionale. Veniva lamentata la tolleranza del Governo e delle autorità militari e la reticenza ad un intervento che avrebbe spazzato via un regime osteggiato da “tutto il popolo fiumano, eccezion fatta al massimo per 2000 persone esaltate ed irresponsabili”.

La petizione, trasmessa dalle camere al Governo perché ne riferisse, determinò una replica tramite un pro – memoria a firma De Ambris ed Host Venturi. E’ stato osservato che la replica, essendo nella sostanza una difesa, di fatto riconosceva il ruolo di Zanella quale principale oppositore politico di D’Annunzio.


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