Nell'Alessandra di Licofrone, Parthenope e le sue sorelle (Leucosia e Ligea) morirono per l'insensibilità di Ulisse alla magia del loro canto essendosi esse gettate nel mare che ne trasportò, in vari luoghi, i corpi. Parthenope giunse sul luogo dove sarebbe sorta Neapolis. Apollonio Rodio riferisce che Orfeo, traversando il Mediterraneo, trasse la lira e cantò meglio di loro per impedire ai propri commilitoni di cadere vittime dell'inganno delle sirene che si mutarono in rocce; solo uno dei marinai cercò di seguirle, scampando la morte grazie all'intervento fortuito di Afrodite L'argonauta, al fine di ringraziare adeguatamente l'eroico atto, decise di fondare un piccolo villaggio laddove fosse sbarcato, chiamandolo col proprio nome «Falero». Secondo un'altra versione l'uomo, mentre era in viaggio verso Cuma con la sua famiglia, perse la figlia Parthenope in mare, laonde conservarne imperituro ricordo, conferì alla zona il nome proprio della fanciulla.

Altre tradizioni ricollegano Parthenope al rituale di passaggio tra la vita e la morte. Ovidio racconta che le sirene non furono solo dei mostri ma che in principio erano delle ancelle di Persefone, dea degli inferi e che, in seguito al suo rapimento da parte di Plutone, ottennero il permesso di cercarla nelle profondità della terra, cioè nella «ctonia» e che da qui furono ricacciate in mare con l'ordine di ricevere i naviganti sfortunati, di incantarli con melodie incantevoli e di introdurli presso di lei. La tomba della sirena era situata tra le altre ipotesi nei pressi della foce di uno dei rami fluviali del Sebeto, l'antico corso d'acqua che bagnava Neapolis.

Il nome Partenope, che significa «verginale», fu scelto per identificare una delle sirene che erano adorate nella Magna Grecia. Una di queste, in particolare, era venerata presso Sorrento alla «Punta Campanella» dove si ergono dal mare tre scogli isolati, «Li Galli», che simboleggiavano il terrore dei naviganti, in quanto spesso causa di naufragi, tanto da essere soprannominati seirenoussai. Secondo Norman Douglas il sacello sireneo sarebbe insito nel nome della città di Massa Lubrense delubrum che significa «i beni del tempio».

Le prime tracce archeologiche dell'area risalgono al Neolitico Medio, tipo Serra d'Alto, e sono state ritrovate innanzi alla basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone (ossia tra l'acropoli e la necropoli di Parthenope, alle spalle della collina di Pizzofalcone). Nello stesso punto sono stati ritrovati, inoltre, un importante strato archeologico risalente all'Eneolitico Antico e uno all'antica/media Età del bronzo. L'Enolitico Medio, tipo Gaudo, è noto più all'interno di Parthenope dai vecchi ritrovamenti di Materdei, mentre il Bronzo Antico o meglio Medio iniziale è presente poco fuori dal territorio in oggetto, a piazzale Tecchio (e anche in altri siti minori).

Infine, a valle della collina di Pizzofalcone, nell'area costiera del porto di Napoli, soprattutto abbondanti rinvenimenti ceramici databili tra il Bronzo Finale ed il Ferro documentano l'esistenza di un sito forse a carattere produttivo deputato allo svolgimento di attività costiere, che, come anche nel caso dell'insediamento protoappenninico di Fuorigrotta, ebbe certamente contatti col mondo miceneo. In tale ambito, nel 2005 durante la costruenda stazione di Napoli per l'AV ad Afragola, riaffiorò un centro abitato con spiccate caratteristiche commerciali e produttive che mostrava una nuova tipologia di contatti nel Bronzo Avanzato, non più legati solo ai siti costieri ma alla pianura retrostante ritornata fertile e adatta all'insediamento umano dopo la rovinosa eruzione di tipo pliniano del monte Vesuvio intorno al 1780 a.C.. Per le popolazioni dell'Età del bronzo e poi del Ferro presenti in quest'area del golfo di Napoli, le fonti greche usano i nomi di Ausoni e Opici.

L'insediamento di Parthenope ebbe la sua fondazione ad opera dei Cumani. I reperti archeologici della colonia fanno risalire il periodo di fondazione alla fine dell'VIII secolo a.C. (anche se la più antica documentazione risale alla seconda metà dell'VIII secolo), coevo dunque alla fondazione di Cuma e Pithecusa.L'insediamento, sorto in posizione particolarmente favorevole su di uno sperone roccioso circondato su tre lati dal mare, nacque in una logica di approdi e capisaldi cumani (epineion). Esso permetteva un controllo diretto ed efficiente di tutti quei traffici via mare, in maniera particolare di quelle rotte tirreniche in direzione degli empori minerari toscani e laziali. La colonia, inoltre, consentiva anche un approdo protetto e ben fornito per tutte quelle navi che facevano rotta per l'Iberia, la Sardegna e le Baleari.

La ricostruzione geomorfologica dell'antica linea di costa sottolinea come l'insenatura identificata nell'attuale piazza del Municipio sembri la più adatta ad un'area portuale, probabilmente sin dalla fase di Parthenope e poi di Neapolis, anche se le operazioni di dragaggio hanno provocato un'alterazione delle sabbie e di conseguenza un'assenza circa le attestazioni materiali più antiche. Poiché per l'ubertà e l'amenità dei luoghi la colonia cominciò ad essere maggiormente frequentata, i Cumani, preoccupati che la propria città venisse disertata, cercarono di offuscare politicamente ed istituzionalmente Parthenope.

Collocata tra i “fuochi” del Vesuvio ad est ed i Campi Flegrei ad ovest, “Partenope” gode di una posizione in grado di fornirle il lustro, il fascino e la magnificenza che per secoli hanno accompagnato il suo nome. Affascinante è il mito della sua fondazione, riconducibile alla sirena Παρθενωπη (Parthenope), nata dal dio-fiume Acheloo e dalla madre-terra Persefone, dotata di un volto di fanciulla ed il corpo di un uccello, probabilmente morta dopo un rifiuto da parte di Ulisse. Quanto alle origini storiche, fondata dai Cumani (una delle più antiche colonie della Magna Grecia) verso la fine del VIII secolo a.C. in un periodo coevo alla fondazione della stessa Κύμη [Cuma] (725 – 720 a.C.), riuscì ben presto a differenziarsi dalla “madre” e ad essere poi ribattezzata Neapolis. La città nuova risultò dotata, in origine, di un estremo rigore geometrico, in linea con la struttura delle città greche basate sui cardi e decumani.

Uno dei primi riferimenti storici lo si ritrova in Tito Livio, il quale, attraverso una breve digressione sull’origine di Neapolis, riferisce la presenza di due Urbes: Palepolis e Neapolis. Nella prima, in particolare, aveva sede la res Neapolitana, l’odierno monte Echia; mentre nella seconda fu poi stabilito il foedus Neapolitanum (vedi oltre). Strabone invece dedica brevi cenni alla storia della città; rievoca solo la sua fondazione per mano cumana e la venuta, poi, degli έποικοι (coloni) Ateniesi e Pithecusani (Πιθηκούσσαι – isola d’ Ischia). Ciò che è certo è che la nuova città, in linea con Cuma, tenne fede alle tradizioni greche, come dimostra la persistenza del culto di Demetra e la ripresa delle φρατρίες (fratrie – divisione sociale su base parentelare). Fu il rapporto privilegiato con Atene che le rese possibile un rapido sviluppo urbanistico ed una rapida “conquista” delle principali rotte commerciali. Ciò fu possibile soprattutto grazie al declino della Tirannide dei Diomenidi a Siracusa e all’abbandono di Pithecusa da parte degli stessi siracusani. E’ in questo nuovo scenario che si rafforzarono i rapporti con la città si Atene, in particolar modo sotto il governo di Pericle; rapporti che furono mantenuti saldi fino alla guerra archidamica (prima fase della Guerra del Peloponneso).

L’equilibrio di Neapolis venne poi interrotto dalla minaccia Osca, alla fine del V secolo a.C., quando furono conquistate Capua e Cuma. Seguì una battaglia con Roma (istigata dai Sanniti, preoccupati dall’espansionismo romano), messa a tacere da Publio Filone. E’ da questo momento in poi che Napoli stringerà con Roma il Foedus Neapolitanum, attraverso il quale la città riuscì a conservare ampia autonomia di costumi e tradizioni (di origine greca).

Tito Livio ne riferisce quando parla dell'assedio posto a Neapolis, nell'ambito delle guerre sannitiche. All'inizio di tale racconto viene delineata una breve descrizione sulla nascita di Neapolis: c'erano due urbes, Palepolis la città vecchia e Neapolis quella nuova, poste a poca distanza tra loro, abitate dal medesimo popolo e costituenti un'unica civitas.Gli avvenimenti che conducono alla dedizione romana e all'allontanamento dei Sanniti ingannati, si riferiscono soltanto ad una di queste e si tratta di quella lì dove agiscono i principes civitatis (Charilaus e Nymphius), dove si sono installati i Sanniti e i Nolani, dove vengono lasciati entrare i Romani; ci si riferisce dunque alla Neapolis, con la quale sarà tuttavia stabilito il foedus Neapolitanum.

A Palepolis invece avevano sede gli organi di rappresentanza. Quindi è quest'ultima a ricevere i Feziali, la dichiarazione di guerra da parte di Roma e i presidi sanniti e nolani, i principes di Neapolis stipulano trattative a nome dei Palepolitani, nei confronti di questi ultimi e dei Sanniti si acclama la vittoria. Palepolisquindi assume accezione sia di città vecchia topograficamente distaccata da quella nuova, sia di abitato che designa la civitas nella sua interezza. In riferimento a ciò il vocabolo Palaepolitani lo si riscontra anche nei Fasti trionfali.

A quest'ultimo proposito è doveroso pertanto rimarcare certi aspetti. La collettività neapolitana, come si intuisce in Livio, nasce in coabitazione con vecchi residenti: un insediamento antico quindi ed uno più recente che si è aggiunto in un secondo momento. Non si riscontrano di conseguenza cancellazioni fisiche o aggregazioni topografiche ma epoikia come accostamento. Ciò è sottinteso anche nella fonte straboniana.

Tuttavia Livio e i Fasti non fanno mai accenno al vecchio nome della Palepolis (Parthenope). Ciò è da riscontrare nel modo in cui tale vicenda venne giostrata e riferita dai Romani. In tale episodio storico si riscontra una certa magnanimità nei confronti di Neapolis (lo dimostrano l'atteggiamento di Quinto Publilio Filone e il foedus Neapolitanum). Nel racconto dionigiano i Sanniti occupano Neapolis con astuzia ed angherie. Un fattore che è presente anche nella fonte liviana: la presenza dei presidi sanniti e nolani era stata alquanto pesante, la preferenza verso la controparte romana è mostrata da Charilaus come fatto positivo sia per i Palepolitani che per il popolo romano, la rottura dell'amicizia con Roma era stato per quest'ultimo un comportamento azzardato, il generale Filone è descritto come disponibile a riconoscere tali interpretazioni delle vicende, l'assunto di una capitolazione della città per causa sannita è pressoché rifiutato, la natura del foedus è presentata come un riconoscimento per la buona condotta tenuta dai Neapolitani.

È in tale ambito quindi che deve essere ricercato l'appello ai Palepolitani ed il silenzio sul vecchio nome della Palepolis: riportare quest'ultima piuttosto che Neapolis, affermando che questo era l'allora centro precursore del comando, voleva dire considerare la maggior importanza del vecchio centro, al fine indi di far cadere su quest'ultimo e non su Neapolis, tutto il marcio del caso. Nell'ambito dello stesso criterio, omettere Parthenope voleva dire non rammentare che la sede del culto di tutta la civitas faceva testa alla Palepolis e conseguentemente incrinare completamente l'intervento filoneapolitano, il quale si aveva intenzione di avvalorare.

Coinvolta anche nelle guerre Puniche, grazie a Pirro, e devastata poi a causa della lotta tra Mario e Silla, la città vide il fiorire di importanti scuole, come quella di Sirone dove studiò Virgilio, e fu il luogo in cui si formò la congiura per uccidere Cesare. In età augustea fu distrutta nel 79 d.C. dal terribile terremoto descritto da Plinio il vecchio ed alla sua ricostruzione seguì la richiesta di ribattezzarla Partenope, mentre, in età cristiana, sotto Diocleziano, vide il fiorire di alcune delle maggiori chiese della città, come le Catacombe di San Gennaro, la chiesa di San Giovanni Maggiore e quella di San Gregorio Armeno. Nel 476 lo stesso Romolo Augusto, ultimo degli imperatori romani d’Occidente, fu deposto ed imprigionato a Castel dell’Ovo, vecchia villa di Lucullo.

La favorevole posizione ed il clima mite resero la città ideale per gli otia dell’aristocraziaromana ed è per questo motivo che Neapolis si arricchì di eleganti ville romane, come quella di Lucio Licinio Lucullo sul monte Echia, o quella di Publio Vedio Pollione e la Grotta di Seiano. Resti delle origini greco-romane della città di Napoli sono osservabili oggi a Piazza Bellini, dove ritroviamo delle mura greche, mentre dall’alto della Certosa di San Martino è possibile constatare come ad una ordinata struttura di base si sovrapponga un intricato gomitolo di strade che ben si sposa con l’aria mite della storica Partenope.

Nel periodo successivo alla caduta dell’Impero Romano, la Campania fu governata da un console collocato a  Capua e facente le veci dell’imperatore bizantino (allora Teoderico il Grande); sotto questo regno  visse un periodo di pace nonostante fosse esasperata dalla rovinosa politica fiscale adoperata .
Durante le Guerre Gotiche (535 – 553) che imperversarono in tutta l’Italia devastando intere città, Napoli fu saccheggiata nel 536 da Belisario con l’intento di punire i napoletani, blanditi dalle parole degli oratori Pastore e Asclepiodoto, per l’appoggio offerto ai Goti; dominio confermato nel 542 con la sconfitta dell’imperatore goto Totila.

Ducato bizantino

Durante il periodo bizantino, Napoli attuò una politica filo – musulmana, in un’ottica più ampia del semplice ducato, data la presenza della dinastia araba insediatasi a Palermo nel 831; non mancarono di certo le guerre, soprattutto contro i popoli vicini (principalmente  i longobardi di Benevento, Capua e Salerno), fino al 1137 che comportarono la caduta del ducato bizantino di Sergio VII di Napoli da parte del normanno Ruggero II di Sicilia, dando così vita al Regno di Sicilia.

Periodo normanno

Ruggero giunse a Napoli nel 1140 e fu accolto con tutti gli onori, confermando alla nobiltà i propri privilegi; questo momento di pace durò fino all’avvento di Guglielmo I nel 1154  a causa di alcune rivolte tra la classe nobiliare e quella militare; rivolte che si conclusero con rivolte popolari contro l’imperatore. Seguì un periodo di tranquillità con Gugliemo II, fino all’invasione degli svevi di Enrico IV.

Durante l’invasione sveva Napoli resistette ad un lungo assedio durato tre mesi ma alla fine capitolò nel 1194 facendo atto formale di obbedienza al nuovo imperatore.

Il totale assoggettamento all’imperatore si ebbe con l’effettivo possesso della carica imperiale , nel 1208, da parte di Federico II Hohenstaufen. Federico pose fine al periodo di semi – anarchia che si era creato con la caduta dell’impero normanno grazie alla promulgazione della Costituzione di Melfi, la quale regolava l’ordine nei rapporti di vassallaggio nei confronti della nobiltà.

Sotto il regno di Federico II Napoli conobbe il suo massimo splendore in ambito culturale (soprattutto in ambito letterario e giuridico) anche se non ottenne un gran favore presso il popolo a causa di una politica fiscale fortemente accentrata sul re, avendo abolito le autonomie comunali e la classe sociale dei notabili. Con la morte dell’imperatore, accolta con un’insurrezione popolare, Napoli si pose sotto la protezione del papa Innocenzo V fino al 1253, quando dovette arrendersi  all’assedio da parte di Corrado IV; con la battaglia di Benevento del 1266 si ebbe la sconfitta degli svevi dando così inizio all’epoca angioina sotto il re Carlo D’Angiò.

«Savio, di sano consiglio, e prode in armi, e aspro e molto temuto e ridottato (rispettato, ndr) da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti», con queste parole Giovanni Villani nella sua Nova Cronica descrive il nuovo re il cui lustro aumentò ancor di più con la vittoria contro il giovane Corradino di Svevia (ultimo erede di Federico II) a Tagliacozzo nel 1268; durante il periodo angioino, Napoli ebbe enorme importanza dal momento che fu scelta come capitale dell’impero, a discapito di Palermo. In questi anni videro la luce capolavori architettonici come il Maschio Angioino (che sarebbe  stata anche sede papale, dato l’ottimo rapporto dei francesi con la Chiesa) e Castel Sant’Elmo. Sicuramente il re angioino più importante fu Roberto, conosciuto anche come Il Saggio e descritto da Boccaccio come «il re più sapiente del mondo dopo Salomone»; nonostante la situazione prospera, il regno non seppe resistere alla cupidigia generata dalle questioni dinastiche della casata francese che videro la regina Giovanna D’Angiò, appoggiata alla nobiltà partenopea, uccidere il marito Andrea d’Ungheria

Analizzando poi la figura della sirena Partenope abbiamo tantissime vicende che ne vedono la sua origineSecondo Esiodo, era figlia di Forco, mentre altre fonti indicano che fu generata da Acheloo e la Terra oppure dalla musa Tersicore. Secondo la tradizione raccolta nelle Argonautiche orfiche (V secolo d.C.), le tre sirene, Partenope, Ligea e Leucosia, vengono battute nel canto da Orfeo e per la disperazione si buttano in mare, dove vengono trasformate in scogli. Nelle più note Argonautiche di Apollonio Rodio (III secolo a.C.), la loro morte viene attribuita all'insensibilità di Ulisse alla malia del loro canto. I loro corpi vengono trasportati dal mare, sicché Ligea finisce a Terina, Leucosia a Posidonia e Partenope alle foci del fiume Sebeto, dove poi i Cumani, con l'espulsione degli oligarchi nell'ambito del clima di stasis presente sotto il tiranno Aristodemo, avrebbero fondato Neapolis.

La sirena sarebbe morta nel luogo in cui oggi sorge Castel dell'Ovo e proprio lì le sarebbe stata dedicata una corsa con le fiaccole, che ogni anno si compiva in suo onore (le cosiddette Lampadedromie). Il Suida, lessicografo bizantino del decimo secolo, ci fa sapere che a Napoli fu eretta una statua della sirena («Νeapolis, urbs Ιtalie celebris, in qua Parthenopes Sirenis statua collocata est»), ma non spiega se ai suoi tempi detto monumento era ancora esistente. A Napoli Partenope era venerata come dea protettrice; per esempio, Virgilio utilizzava il suo nome in senso metonimico e, da qui a partire dalla prima età moderna, con storici e cronisti aragonesi e barocchi, la sirena veniva utilizzata come esempio antonomastico della doppiezza della natura dei meridionali o della loro lascivia.


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