L'Ecologia, tagliando deliberatamente i ponti con l'universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l'emergere dell'individuo moderno, ricrea un rapporto tra l'uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l'imbruttimento del mondo e per rispondere all'eterno enigma della bellezza.

Si è creduto per molto tempo che le risorse naturali fossero al contempo gratuite e inesauribili, mentre oggi sappiamo che non sono né le uno né le altro. Per tutte queste ragioni, la logica profonda del capitalismo liberale, che é una logica dell'illimitato, vale a dire del "sempre di più", risulta secondo De Benoist inconciliabile con le esigenze della conservazione degli ecosistemi.

Un rapporto corretto con la natura implica rompere con l'idea che già si trova nella tradizione biblica, secondo la quale l'uomo deve dominare la Terra o diventare il signore e sovrano della natura, come voleva Cartesio. In altre parole, si tratta di farla finita con questo concetto secondo il quale la Terra sarebbe un mero oggetto appropriabile da un soggetto umano per mezzo della tecno-scienza. Al rapporto di dominio si deve sostituire un rapporto di co-appartenenza.

La natura non è soltanto "buona" in virtù di quello che ci offre, essa è intrinsecamente buona, indipendentemente perfino dall'utilizzo che se ne fa. Il mondo naturale non è un semplice scenario della nostra esistenza, ma è invece una delle condizioni sistemiche della vita.

L'etica dell'ambiente si pone così immediatamente come antagonista della concezione utilitarista o strumentale della natura, sia che quest'ultima si esprima come indifferenza nei confronti dei problemi ambientali sia per la loro considerazione nella sola prospettiva di una gestione dell'ambiente naturale conforme all'assiomatica dell'interesse.

Al di là delle illusioni dello "sviluppo durevole" e del "capitalismo verde", questo modo di vedere le cose deve portare finalmente a formulare una critica in profondità dell'ideologia della crescita sfrenata.

Si tratta, al contrario, di rifiutare l'umanesimo erede degli Illuministi, che crede che si possa riconoscere all'uomo la sua dignità strappandola al mondo naturale, e l'ideologia di quelli che dimenticano ciò che crea in proprio il fenomeno umano. Riconoscere la specificità umana non legittima più il dominio e la distruzione della Terra, così come la difesa e la conservazione della natura non implicano la negazione di ciò che vi è di unico nella specie umana.

L'ecologia ha un lato conservatore e un lato rivoluzionario: è eminentemente conservatrice in quanto cerca di salvaguardare la natura e proteggere l'equilibrio degli ecosistemi, ma è rivoluzionaria in quanto è abbastanza lucida da osservare che non invertiremo la tendenza attuale con misure cosmetiche. È il paradigma generale che deve essere cambiato. Questo aspetto può solo, ovviamente, scandalizzare i liberali e, in generale, tutti quelli che pensano che il mondo possa morire finché l'esistenza umana rimane governata dai valori di mercato e noi continuiamo a obbedire alle "leggi dell'economia".

Tuttavia, dobbiamo avere gli occhi chiusi per non accorgerci di ciò che vediamo oggi: l'inquinamento che continua a diffondersi, l'esaurimento delle riserve naturali, la disgregazione del clima, l'avvelenamento del suolo, aria e acqua. Il dramma è che le persone di destra spesso pensano che a preoccuparsi del destino del pianeta sia il "mondialismo" (sì, l'inquinamento non si ferma ai confini!). Come amano contestare discorsi ufficiali, contestano persino quando ci sono le prove. Gli scettici climatici sono, a questo proposito, i migliori alleati delle multinazionali che distruggono la Terra. Confondono il tempo e il clima e credono che non valga la pena preoccuparsi del cambiamento climatico poiché "è naturale" (come tornado e terremoti!).

Gli esponenti della destra, inoltre, sanno molto poco del pensiero ambientale. Immaginano che l'ecologia sia rappresentata dai "partiti verdi" liberali-libertari, che non hanno cessato le alleanze con i partiti produttivisti e le cui affermazioni sono solo lontanamente vicine all'ecologia. Senza tornare a Haeckel, la filosofia dell'ambientalismo non ha contaminato le menti, restano distanti i pensieri degli eredi di Günther Anders e Aldo Leopold, quelli di Murray Bookchin, André Gorz e Vittorio Hösle, dell'ecologia profonda di Arnes Naess o i grandi teorici come Holmes Rolston III o John Baird Callicott.

Tale pensiero espresso da De Benoist nelle sue tesi, basato sulla decrescita, segna la fine dell'ideologia del progresso: il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse. È evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un'ottimistica attesa del "radioso indomani", ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato, richiamandosi al conservatorismo dei valori e della difesa dell'ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il "prometeismo" marxista è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori.

Decrescita non significa arresto di ogni attività economica o la fine della storia. Bisogna solo abituarsi a moderare il nostro modo di vivere, cioè capire che "più" non è sempre sinonimo di "meglio".

L'austerità di massa dei governi europei per soddisfare le esigenze delle banche si traduce in un abbassamento del potere d'acquisto e in un aumento della disoccupazione, cioè l'impoverimento delle classi medie e di quelle popolari. Ma ciò non impedisce che i più ricchi si arricchiscano ulteriormente. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la decrescita.

L'idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo De Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad inevitabili convergenze fra una sinistra socialista, che sia in grado di abbandonare il progressismo, e una destra che abbia saputo rompere con l'autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto.

Il liberalismo non è l'ideologia della libertà, ma l'ideologia che mette la libertà al servizio dell'individuo. L'unica libertà proclamata dal liberalismo è la libertà individuale, concepita come emancipazione da tutto ciò che eccede quell'individuo. Il principio di eguale libertà si fonda anche sul primato dell'individuo, in quanto quest'ultimo non è più considerato come essere politico e sociale, ma come un atomo che per sua natura non è intrinsecamente legato a nessun altro. La libertà liberale si pone così in maniera astratta, indipendentemente da ogni appartenenza o ancoraggio storico.

Fortunatamente, la libertà liberale non è l'unico modo possibile di concepire la libertà. Sappiamo già, che tutto ciò che si contrappone tra libertà degli Antichi e quella dei Moderni, è che la prima è intesa come "facoltà di poter partecipare alla vita pubblica", mentre la seconda è intesa come "libertà di essere liberati".

I pensatori e le idee non mancano in base alla quale si potrebbe formulare un'ideologia politica rigorosamente opposta al liberalismo borghese. Se il suo momento non è ancora arrivato, è perché l'ideologia liberale ha finora vinto, per vari motivi, sui suoi concorrenti. Ma dopo aver raggiunto il suo apice, questa sembra essere entrata nella sua fase di declino.

Il localismo, il regionalismo, l'identitarismo sono il modo per sposare la nozione di "decrescita sostenibile" che parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti.

Secondo De Benoist, la via d'uscita sta in una forma di federalismo delle piccole patrie che recuperi il modello imperiale ("nella misura in cui oppone il principio di una sovranità condivisa al principio della sovranità unica e indivisibile"), e nella democrazia partecipativa che possa creare una nuova forma di vita pubblica, cioè di cittadinanza.

Per il momento, possiamo già registrare tentativi localizzati di implementare stili di vita diversi nelle enclavi "liberate" dall'ideologia dominante. Questi tentativi hanno un valore variabile, ma possono preannunciare raccolti che hanno iniziato a germogliare. Oggi stiamo attraversando una fase storica di transizione. Vediamo un mondo che abbiamo conosciuto, e talvolta amato (o no) sbiadito, mentre i contorni di quello che si annuncia cominciano solo ora a prendere forma.

Alain De Benoist

De Benoist è uno scrittore francese, considerato il fondatore del movimento culturale denominato Nouvelle Droite (Nuova Destra). Invero questa definizione è stata inventata per convenienza giornalistica sul finire degli anni Sessanta solo per etichettare il nuovo processo culturale di un uomo nato comunque a destra.

La critica della modernità, l'etnocentrismo e la difesa dell'autonomia locale sono al centro della sua prolifica opera (più di 50 libri e 3.000 articoli pubblicati).

Durante i primi anni Sessanta Alain de Benoist è stato legato a svariate entità della destra francese. Il suo processo di maturazione politica lo portò ben presto ad estranearsi dalle accuse di neofascismo che lo investivano e già con i suoi scritti, durante gli anni Settanta, cominciò a costruire il suo percorso originale fatto di critica verso la globalizzazione, il liberalismo in favore delle piccole patrie e delle identità culturali, più vicino al federalismo puro. Ha sviluppato inoltre una forte critica ad ampio raggio nei confronti della politica imperialistica degli Stati Uniti.

De Benoist considera la democrazia rappresentativa come un limite per poter sviluppare un maggior coinvolgimento popolare alla vita politica di un paese.

Crede fortissimamente in un Europa unita ma federale, dove il concetto di nazione viene a decadere in favore delle identità regionali, seppur unite da un comune senso di appartenenza continentale.

Il suo pensiero non è classificabile né come di destra né come di sinistra. La sua quarantennale esperienza lo ha portato a sintetizzare alcuni dei concetti che abbracciano il marxismo, l’ecologismo, il multiculturalismo (opposizione all'immigrazione obbligata), il socialismo, il federalismo comunitario e il paganesimo. La sua idea di modernità si rifà ai filosofi Nietzsche e Heidegger (quest'ultimo più presente nelle ultime opere).


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